Arpanet, gli americani e un piccolo istituto di Pisa

Come si arrivò al primo collegamento italiano alla rete? Il ricordo di Luciano Lenzini

Quest’anno la rete internet italiana spegnerà le sue prime 30 candeline: tanti sono gli anni trascorsi dal 30 aprile 1986, giorno in cui si stabilì la prima connessione alla rete in Italia. Da allora Internet è cresciuto in maniera esponenziale: oggi disponiamo tutti di smartphone o tablet, molti di noi hanno in casa una smart tv e i più al passo con la tecnologia hanno anche una smart car.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Da cosa sono partiti i ricercatori del Cnuce, il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico, che alla fine degli anni 70 si dedicarono alla sperimentazione del primo nodo Internet in Italia?

Ne abbiamo parlato con Luciano Lenzini, classe 1944, laureato in Fisica, professore ordinario al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e attualmente vicepresidente del corso di laurea in Ingegneria Informatica.

Professor Lenzini, negli Stati Uniti l’avventura di Internet comincia alla fine degli anni ‘60 con i primi esperimenti di collegamento tra calcolatori all’interno delle università e dei centri di ricerca. Qual era la situazione in Italia in quel periodo?

La rete Arpanet, antenata di Internet, divenne operativa negli Usa alla fine del 1969. Contestualmente iniziarono a filtrare verso l’Europa le prime, sommarie informazioni sulla nuova rete, basata su principi all’epoca assolutamente innovativi come la commutazione di pacchetto. In Italia la rivoluzione si fece largo, a sorpresa, in un piccolo istituto di via Santa Maria, a Pisa: il Cnuce. Fu, probabilmente, per una somma di fattori favorevoli: il Cnuce (prima interno all’Università di Pisa e, dalla metà degli anni 70, trasferito in ambito Cnr) era allora agli inizi e, nel tentativo di dotarsi di una struttura propria, aveva favorito l’assunzione di giovani ricercatori, motivati ed entusiasti nell’approccio alle tecnologie emergenti. Non solo: alla direzione dell’istituto operavano in quel momento il professor Alessandro Faedo, allora rettore dell’Università di Pisa, e il professor Guido Torrigiani. Due scienziati di valore che si dimostrano particolarmente sensibili verso tale ambito di ricerca.

Le premesse, dunque, c’erano tutte. Ma come si giunse alla realizzazione del primo nodo Internet italiano?

La prima tappa fondamentale è datata 1972, quando venne stipulata una convenzione tra il Cnuce e il Centro Scientifico Ibm di Pisa, anch’esso localizzato in via Santa Maria. In forza di quell’accordo quattro ricercatori italiani – due dell’Ibm e due del Cnuce – si recarono al Centro scientifico Ibm di Cambridge, nel Massachusetts, per familiarizzare con la nuova tecnologia e avviare una prima serie di studi e ricerche. Il centro di Cambridge era già famosissimo: tra le sue mura erano state condotte ricerche che avevano fatto la storia dell’informatica. Anche la logistica aveva il suo peso: il centro Ibm sorgeva all’interno del Mit, ed era a due passi dalla Bbn (Bolt, Be- ranek and Newman), la software house che implementò i primi nodi della rete Arpanet.

Leggi anche l’intervista a Blasco Bonito, il primo a connettersi a Internet.

Quali furono i frutti della collaborazione tra i ricercatori pisani e i colleghi statunitensi?

Con il loro rientro in Italia, nella seconda metà del ’74, iniziò la progettazione della prima rete italiana a commutazione di pacchetto. Un anno dopo nacque Rpcnet che, nel volgere di un biennio, divenne la rete sperimentale tra i centri di calcolo del Cnr. Verso la fine degli anni ’70 con il mio team cominciammo a sperimentare e progettare reti di computer via satelliti broadcasting: prima con l’adesione al progetto Stella (Satellite Transmission Experiment Linking Laboratories), che aveva come obiettivo la comunicazione tra computer residenti in vari paesi dell’Europa, poi allacciando una fitta rete di contatti con lo University College of London e con i ricercatori impegnati in un esperimento simile nell’ambito del dipartimento della Difesa degli Usa: Satnet.

La svolta giunse alla fine degli anni ’70 con Robert Kahn e Vinton Cerf, i padri del protocollo TCP/IP. Kahn, dopo aver sperimentato il protocollo nelle varie organizzazioni americane già collegate dalla rete Arpanet, decise di estenderne l’applicazione anche ad alcuni istituti di ricerca europei con significativa esperienza nel settore del networking. In Italia la scelta cadde proprio sul Cnuce, in virtù del ruolo pionieristico svolto dai suoi ricercatori nel campo delle reti a commutazione di pacchetto, per l’assoluta rilevanza del progetto Stella e per la visibilità internazionale dell’istituto. Dopo lo University College of London e il centro di ricerca norvegese Nte, anche il Cnuce/Cnr entrò dunque nel progetto. Attraverso un collegamento Usa/Italia via satellite sul Fucino, a sua volta collegato con una linea velocissima su Pisa, fu di fatto realizzato il primo nodo Internet d’Italia. Proprio a Pisa.

Raccontata per sommi capi, la storia di internet in Italia sembra procedere senza particolari ostacoli. Fu davvero così?

In realtà il percorso non è stato così lineare. Un episodio, in particolare, può aiutare a comprendere le difficoltà che abbiamo incontrato nel nostro cammino di ricerca.

30 anni di Internet in Italia in un’infografica

Robert Kahn venne a Pisa per tracciare con me e i miei ricercatori la configurazione del primo nodo internet italiano. Concordata la piattaforma hardware e software, inviammo l’ordine al Cnr. Dopo un anno giunse la risposta positiva per l’acquisto: ma, praticamente in contemporanea, gli americani ci segnalarono che software e hardware erano da considerarsi ormai obsoleti per il salto tecnologico che aveva già investito il settore. In particolare si rendeva necessario implementare un nuovo router di concezione innovativa, l’ormai celebre butterfly gateway, i cui costi erano ovviamente elevati: tuttavia, la sostituzione dell’hardware era da considerarsi obbligatoria.
A distanza di alcuni giorni partecipai a Washington all’International Cooperation Board, il gruppo di lavoro che allora guidava l’evoluzione internazionale di Internet. In quell’occasione annunciai pubblicamente che non eravamo in grado di far fronte alla sostituzione dell’hardware (l’approvazione del nuovo ordine avrebbe forse richiesto un altro anno, con il rischio concreto di subire un nuovo salto tecnologico) e che, di conseguenza, ci saremmo ritirati dal progetto. Robert Kahn, membro del comitato, chiese l’interruzione immediata dei lavori; durante il coffee-break lo vidi confabulare febbrilmente con gli altri membri del board, tra i quali lo stesso Vinton Cerf. Alla ripresa dei lavori, Kahn prese la parola e mi disse: “Luciano, il butterfly gateway sarà finanziato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti”. Fu un gesto importantissimo, senza il quale la sperimentazione non sarebbe nemmeno iniziata.

Avevate la percezione, anche vaga, di quello che la rete sarebbe poi diventata?

No, nella maniera più assoluta. Al di là dei problemi tecnici, c’era tantissimo da fare sul fronte della divulgazione e della “sensibilizzazione”, anche negli ambienti di ricerca. Ricordo ad esempio che alcuni anni dopo il meeting di Washington, e quindi già in piena era Internet, incrociai durante una conferenza l’allora presidente del Cnr. “Lenzini – mi disse – sono appena stato negli Usa. Hanno una rete splendida: anche il Cnr deve assolutamente farne parte”. Non potei che rispondere: “Presidente, veramente è da un anno e mezzo che siamo collegati a Internet”. Sorrise, piacevolmente colpito da questa notizia.

Com’è avvenuto il primo collegamento a Internet?

Come vede il futuro di internet?

È veramente difficile, oggi, delineare possibili scenari: la rete è cresciuta enormemente ed è lontanissima da come ci appariva alle origini. Anche nei suoi problemi: si pensi, ad esempio, alla sicurezza. Credo comunque che si debba guardare al futuro della rete non in termini di “rivoluzione”, che c’è già stata, quanto di “evoluzione”.

Intervista a cura di Giorgia Bassi, tratta da Focus .it, anno 3, num. 9.

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