Personal Branding: molto più di una presenza online

Per il mese di novembre abbiamo scelto di affrontare il tema del Personal Branding.

Luigi Centenaro, Personal Branding Strategist, ci ha aiutato a capire meglio di cosa si tratta, partendo da una distinzione fondamentale rispetto alla semplice “presenza online”: si inizia a fare Personal Branding quando abbiamo chiaro cosa e come voler comunicare, non semplicemente aprendo un profilo LinkedIn.

Luigi ci ha parlato anche del metodo Canvas, da lui stesso ideato: una serie di domande, disposte su una mappa, che aiutano a definire gli aspetti personali o professionali su cui puntare.

Importante sarà, poi, ricordarsi che Personal Branding non significa parlare troppo di sé annullando l’immagine del brand che si rappresenta: in questo caso si rischia di fallire miseramente.

Di seguito potrete guardare il video e leggere il testo dell’intervista integrale.

Buona visione e buona lettura!

Iniziamo dai fondamentali: cos’è il Personal Branding?

Oggi tutti confondono il Personal Branding con l’avere una presenza online, come un blog o un profilo LinkedIn. Il Personal Branding viene prima di aprire una piattaforma web, esattamente quando ci si inizia a preoccupare di avere un messaggio chiaro da comunicare. Per semplificare al massimo la risposta, quindi, amo dire che il Personal Branding è l’arte di costruirsi un nome nel proprio settore, ed è un passo decisivo per attivare delle opportunità professionali importanti. Fare Personal Branding è raccontare in maniera chiara e coerente la ragione per cui devi essere scelto rispetto a qualcun altro: in un mondo competitivo come il nostro, questo dà la possibilità di avvicinare le opportunità professionali migliori ed essere così più soddisfatti dal punto di vista lavorativo. Il Personal Branding, visto che può influenzare le scelte dei nostri clienti, deve essere coerente: se nel web non siamo coerenti con quello che vogliamo rappresentare, le persone lo noteranno.

Come ci si può distinguere e posizionare in rete?

Posizionarsi è il primo passo per rendersi riconoscibili nella rete e per farsi un nome. Ci sono vari fattori che possono aiutare a differenziarsi: molti professionisti decidono di mettere in luce la loro specializzazione in un determinato settore, e quindi una loro competenza, altri invece puntano su un proprio approccio. Io, per esempio, preferisco il secondo metodo.

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Grazie allo strumento Personal Branding Canvas è possibile fare un’analisi su se stessi per capire in che modo differenziarsi: il primo passo sarà poi testare sul campo la mappa prodotta, cercando di capire se i fattori trovati sono quelli che possono interessare all’ipotetico target.

Un professionista può permettersi di non essere presente sui social?

Se è vero che il Personal Branding non coincide con la presenza online, è anche vero che oggi essere sul web è fondamentale perché permette di ottenere grandi vantaggi. Come dico sempre scherzando, non c’è nessun problema nel non avere una presenza online se un imprenditore non ha niente da dire o ha delle idee da nascondere. Di solito il tema dovrebbe essere l’opposto: come può un imprenditore raccontare le sue idee online?

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Parlare di sé nelle community come i forum può essere interessante?

Sì, se ci sono i propri clienti e se non si fa l’errore di frequentare la community per confrontarsi solo con i colleghi. Questo succede spesso nell’ambito medico, dove si ha l’abitudine di fare contenuti o dimostrare di essere influenti solo per quanto concerne l’ambiente lavorativo, con un unico risultato: i colleghi ti stimeranno o ti odieranno, e i clienti non capiranno quello che stai dicendo. Nella loro community, se invece ci si dimostra utile e umile, è possibile che una presenza del genere diventi interessante. Se poi quei forum sono ricercabili, potrebbero risultare utili perché compaiono così nelle ricerche. In generale, partecipare è sempre meglio che non farlo, ma bisogna ricordarsi di farlo con criterio.

Quali sono 5 mosse imprescindibili per un’efficace strategia di Personal Branding?

È fondamentale rendersi credibili ed essere chiari nello spiegare quello che si fa. Spesso le persone non descrivono in maniera semplice quello di cui si occupano, creando confusione nei clienti: i job title su LinkedIn, per esempio, devono essere chiari, perché la maggior parte delle ricerche in ambito lavorativo parte da lì. Un altro aspetto importante è la differenziazione che permette di qualificarsi: è un passo necessario che funziona solo, però, per una parte della scelta del cliente, quella razionale. La scelta vera è quella emozionale, per questo è anche importante mettere in luce i propri valori soprattutto quando coincidono con quelli del cliente o rappresentano esattamente quello che stanno cercando. È quindi importante non solo essere professionali, ma anche autentici. Infine, è necessario conoscere i problemi e i desideri dei clienti , perché rappresentano la sorgente vera del contenuto: se il “perché noi esistiamo”, coincide con il “perché loro ci cercano”, diventiamo rilevanti per loro.

Come monitoro i risultati che raggiungo con la mia attività di Personal Branding?

Il vero modo di monitorare l’efficacia della vostra strategia di Personal Branding è aspettare che le persone vi cerchino e inizino a chiamarvi, dimostrando quindi di essere interessati a ciò che offrite.

Il passo seguente è il passaparola fra quanti vi conoscono.

E’ doveroso ricordare, tuttavia, che il Personal Branding è un meccanismo di influenza che ha come obiettivo quello di far scegliere e come tale può anche rivelarsi dannoso: essere troppo presenti online può essere percepito negativamente. Essere un affermato blogger, oggi, sicuramente può dare tante soddisfazioni: non deve essere però un obiettivo né l’unica strada da percorrere.

Se mi chiedi degli strumenti per misurare la brand reputation c’è, per esempio, Mention che permette di monitorare la reputazione online e di modificarla.

È molto probabile che una persona che faccia del Personal Branding molto chiaro abbia del sentiment negativo: nel momento in cui si prende una posizione si corre il rischio di farsi dei nemici.

Il detto “bene o male, purché se ne parli” vale ancora?

È una domanda curiosa perché oggi giorno ci sono molte figure che hanno una strategia online che punta molto sulla negatività, e non per forza è una cosa sbagliata: pensiamo ai politici che parlano spesso male delle persone o hanno idee opinabili, e questo li premia perché c’è qualcuno che è d’accordo con loro. Però non condivido personalmente questo tipo di strategia.

Comunicare il proprio impegno fuori dal lavoro, per esempio nel volontariato, aiuta il Personal Branding?

Sì, se lo comunichiamo aiuta la web reputation, soprattutto perché ci connota come persone positive. È chiaro che dipende anche da che tipo di volontariato si svolge e dove. Bisogna poi stare attenti a come si comunica la causa per cui ci si impegna: bisogna farlo senza ossessionare le altre persone, perché altrimenti può diventare controproducente.

Ci sono persone che fanno fatica a condividere informazioni?

Sì, ho notato persone che faticano a condividere, e questo non gli dà la possibilità di realizzare una strategia di Personal Branding vera e propria. Il primo scoglio è, infatti, la timidezza, o la paura di vedere le proprie idee copiate nel web. Io sprono sempre le persone a iniziare a partecipare a discussioni online o a condividere, per superare la timidezza, perché ognuno di noi ha una propria opinione ed è giusto farsi sentire. A lungo andare, poi, trovare persone in rete simili che condividono le stesse opinioni rassicurerà anche i più timidi. Ma siate sempre attenti a dove comunicate: c’è posto e posto per condividere contenuti.

Hai messo a punto un apposito strumento: che cos’è Personal Branding Canvas?

Personal Branding Canvas è uno strumento gratuito, semplice da usare, per costruire da soli una strategia di Personal Branding. È un adattamento di un Canvas molto più noto che è il Personal Business Model Canvas, che permette di rispondere a 9 domande chiave importanti per avere un quadro d’insieme di quello che ci rappresenta. Ho pubblicato anche una swot personale per permettere di gestire rischi e conoscere opportunità. Questo strumento sta anche per essere tradotto in più lingue, dato che studenti e professionisti lo utilizzano già in tutto il mondo.

Un professionista che ha poco tempo come può riuscire a fare Personal Branding efficacemente?

Oggi, salvo che non si abbia un modello di business online, è ovvio che le persone impegnate professionalmente abbiano poco tempo da dedicare a quest’attività. Nel libro “Personal Branding per il manager” William Arruda introduce l’idea dei 9 minuti al giorno: in questo poco tempo si può per esempio chiedere il collegamento a qualcuno o sistemare il proprio profilo su LinkedIn, pubblicare un articolo sul proprio blog, pubblicare qualcosa di personale su Facebook. Ci sono tantissime cose che si possono fare in 9 minuti al giorno, da inserire in un elenco da tenero sotto controllo. Nell’arco di un anno diventano una settimana di lavoro, che altrimenti non avremmo dedicato al Personal Branding.

Il Personal Branding può trasformarsi in un boomerang: quali casi sono i più rischiosi?

Quando le persone iniziano a fare auto promozione anziché Personal Branding. Come dice una mia cara amica, “se si vede, non è Personal Branding”. Può essere rischioso anche parlare troppo di se stessi anziché del prodotto che rappresentiamo: il rischio è di portare i clienti a dimenticarsi del brand o dell’azienda, che perdono quindi il potere di notorietà a favore del manager che li rappresenta.

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