Sharing economy: non è una logica ma un vero e proprio modello di condivisione

Marta Mainieri, nella sua intervista, ci chiarisce ogni dubbio sull’economia collaborativa

Questo mese abbiamo intervistato su Periscope Marta Mainieri, esperta di sharing economy. Dopo aver scritto Collaboriamo!, pubblicato da Hoepli, Marta tre anni fa ha fondato Collaboriamo.org: non solo un sito dove si trovano informazioni e piattaforme collaborative, ma una vera e propria società di consulenza che fornisce formazione a startup, imprese e associazioni.

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Insieme a lei abbiamo cercato di capire meglio tutti i benefici che le imprese possono trarre adottando questo modello per il proprio business. Dalle aziende di trasporti a quelle dell’agroalimentare, tutte possono migliorare i propri risultati condividendo servizi o beni: la chiave è solo capirne i meccanismi.

E infine siamo arrivati a noi, all’Italia. Quando le abbiamo chiesto cosa ne pensa delle nostre imprese e se pensa che siano pronte per questo cambiamento, lei ha risposto ricordandoci che servizi come Airbnb o Blabla Car funzionano meglio nel nostro paese che all’estero, spiegandoci che oggi ci mancano “solo” fondi e maggiore consapevolezza.

Passiamo la parola a lei!


Partiamo dai fondamentali: cos’è la sharing economy?

La sharing economy è una nuova forma di economia che predilige il riuso anziché l’acquisto e l’accesso al bene piuttosto che la proprietà. Negli Usa si è iniziato a parlare di economia collaborativa più o meno nel 2010 con l’uscita del libro di Rachel Botsman “What’s mine is yours”, un libro ritenuto la bibbia di chi si occupa di economia collaborativa perché è il primo a mettere a fuoco questo nuovo modello economico. Dal 2010 questo fenomeno è cresciuto tanto grazie al successo che hanno raggiunto alcune piattaforme molto conosciute come Airbnb o Blabla Car. Nonostante i libri e gli esempi pratici, l’economia collaborativa oggi manca di una definizione condivisa perché è un fenomeno che racchiude al suo interno molteplici attività diverse tra loro. Ad accomunarle ci sono l’accesso a esperienze, beni o servizi e una comunicazione tra pari attraverso piattaforme digitali o altri strumenti.

La sharing economy deve essere per forza gratuita?

No, nel senso che ci sono diverse forme di economia collaborativa: molte piattaforme permettono lo scambio di cose e non prevedono una transazione di denaro, come le piattaforme di riuso. Ce ne sono però altre, come Airbnb, che mettono in contatto persone che offrono un servizio e persone che lo ricevono, le cui transazioni sono mediate dai soldi. Secondo me entrambe sono forme di collaborazione: nel secondo caso le piattaforme sono in grado di continuare ad offrire il servizio perché prendono una percentuale sulla transazione effettuata dai clienti.

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Che tipo di beni si possono utilizzare per la sharing economy?

La sharing economy è un nuovo modello di servizio che mette in contatto le persone per scambiare beni. Per questo è un modello applicabile per lo scambio e la condivisione di qualunque bene in qualsiasi settore. In Italia nel 2015 abbiamo mappato 186 piattaforme che mettono in contatto persone per scambiare beni (che possono essere il giardino, i vestiti) o competenze (chi è disposto a fare un lavoro con chi ne ha bisogno). Altre mettono a disposizione denaro, come fanno le piattaforme di crowdfunding, o il sapere, come Twitteratura, che mette in contatto le persone per rileggere in maniera collaborativa alcune opere e romanzi. Per questo l’economia collaborativa va presa come un modello applicabile a tutti i servizi.

A quali settori e attività si addice di più la logica della condivisione?

A tutti. Nella mappatura di cui parlavo prima noterete però che ci sono dei settori trainanti come i trasporti, sul modello BlaBla Car, perché primi ad utilizzare i modelli collaborativi. Altro settore trainante è il turismo, sia per il mondo dell’accoglienza che per le guide, quindi per quelle piattaforme che mettono in contatto chi vuole visitare una città e chi vuole fare da guida turistica. Altro settore è l’alimentare, accompagnato da quello del crowdfunding che conta 68 piattaforme al suo interno. Anche il mondo della finanza collaborativa sta iniziando a formarsi e sta crescendo.

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Le PMI e le micro imprese come possono trarre vantaggio dalla sharing economy?

Il primo grosso vantaggio è la possibilità di mettere in condivisione degli asset. Per questo esiste una piattaforma che permette di mettere in condivisione il welfare aziendale: così facendo diverse PMI possono condividere politiche di welfare comuni. Si può anche condividere il servizio di delivery come sta facendo Amazon, che fa consegnare i pacchi anche ai privati, offrendo un nuovo servizio e sfruttando una catena infinita di collaboratori. La logica collaborativa si può applicare alle dinamiche interne all’azienda condividendo per esempio anche il personale. In Italia l’economia collaborativa ha del potenziale grazie alla natura del nostro Paese, caratterizzato da moltissime piccole e medie imprese. Creare un servizio collaborativo è complicato, sia chiaro, ma la chiave è crederci e avere pazienza capendo che si possono ottenere grandi vantaggi!

La sharing economy può rappresentare un rischio per gli imprenditori?

Per gli imprenditori tradizionali credo di si, ma può rappresentare anche un grosso vantaggio. Il rischio di non capire che questi processi collaborativi sono qui per restare è abbastanza alto. Non credo che stravolgeranno il nostro mercato però l’economia collaborativa fa parte di quella trasformazione digitale che ha impattato il modo di fare impresa e le nostre abitudini. Per cui non capire cos’è l’economia collaborativa o cosa si possa fare con questo nuovo modello è il vero rischio. Dall’altra parte non è detto che un domani tutti quanti debbano lanciare un proprio servizio collaborativo, ma è invece importante che da domani tutti prendano consapevolezza delle opportunità che questi servizi possono generare.

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Quali sono gli ostacoli più grandi per una diffusione consistente della sharing economy in Italia?

L’Italia è una realtà un po’ strana: ci sono diverse ricerche che dimostrano come gli italiani siano predisposti a condividere, e lo provano servizi come BlaBla Car che in Italia funziona meglio che all’estero. La volontà di condividere quindi c’è, il problema è che le 186 startup che adottano il modello della condivisione, di cui parlavamo prima, hanno grandi difficoltà a crescere e per questo l’economia collaborava italiana fa fatica a decollare. Il problema? La mancanza di fondi da università o incubatori: sempre la mappatura mette in evidenza come gli imprenditori investano capitali propri per iniziare l’attività. Dall’altro lato vi è il discorso legato al digital divide: anche per questo modello economico, come per altri, è difficile muoversi online a differenza di quanto succede in altri paesi.

Cos’è e a cosa serve il tuo sito “Collaboriamo”?

Collaboriamo.org offre notizie e informazioni, organizza eventi, raccoglie tutte le piattaforme di economia collaborativa, ma soprattutto vuole essere un punto di riferimento per coloro che stanno iniziando ad investire in questo tipo di attività. Nel giro di un mese e mezzo apriremo uno spazio in Darsena a Milano, grazie ad un bando promosso dal comune di Milano che abbiamo vinto, dove faremo eventi sulla sharing economy e gestiremo uno sportello per le imprese che vogliono affacciarsi a questo mondo. Questo spazio vuole diventare un co-hub, punto di incontro tra tutti gli sperimentatori dell’economia collaborativa.

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